su GAMMM: Conversazione fuori contesto / antonio loreto, massimiliano manganelli. 2014

Questo dialogo tra Antonio Loreto e Massimiliano Manganelli compare nel libro Ex.it 2014

Il libro raccoglie le riflessioni critiche e gli interventi sollecitati dai materiali presentati durante la precedente edizione, pubblicati nel volume Ex.it 2013, e da quelli letti, performati e proiettati a ottobre 2014. Oltre a critici letterari sono entrati in dialogo esponenti di differenti aree di pensiero e pratiche estetiche

Nelle giornate del secondo convegno Ex.it (ormai più di un anno fa), insieme agli autori ascrivibili all’attuale panorama della scrittura di ricerca (che comprende anche fotografi, videomaker, musicisti), sono intervenuti alcuni critici per un confronto sui problemi che quel panorama solleva. Noi che allora avevamo il compito di coordinare la discussione, cerchiamo qui di sviluppare qualcuno degli spunti emersi, affidando il resto del dibattito alla ricostruzione che la lettura dei singoli saggi del presente volume potrà suggerire. Tra gli argomenti affrontati, non riuscimmo ad aggirare la questione del soggetto, antico problema della poesia sperimentale, tanto antico da essere accolto da qualche convenuto con alzata d’occhi e aperte proteste. L’insofferenza non sembrava ingiustificata: una certa saturazione, una stanchezza del discorso – che ha le sue radici nell’aspirazione di Mallarmé a far parlare, in una poesia, il Linguaggio; nelle relative riflessioni di Valéry; nel rifiuto o nelle pretese di riduzione oggettivista, neoavanguardista, languagista – la si poteva effettivamente ammettere. E tuttavia, come segnalano alcuni passaggi dei contributi che si leggeranno, rimaneva un discorso da fare.

 

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Qui si potrebbe provare semplicemente a cambiare prospettiva. Per parte mia vorrei tentare di farmi soccorrere dalla psicanalisi lacaniana (del resto evocata in modo più o meno determinante in interventi come quelli di Giancarlo Alfano e di Gian Luca Picconi), cominciando a sdoppiare il soggetto in je e moi. (Valéry vedeva nei suoi Cahiers che «ci sono due persone in Io» correlativamente all’idea che «noi riceviamo il nostro Io conoscibile e riconoscibile dalla bocca altrui».)

Reimpostare la riflessione appoggiandosi a due istanze distinte può servire a ragionare del vecchio cruccio della riduzione/abolizione del soggetto senza svuotarne del tutto la casella, cosa che la scrittura, l’enunciazione (la produzione o riproduzione di enunciati) sembrano mal sopportare. Un discorso acefalo, totalmente acefalo, non può esistere. E a volte invece lo si è creduto, per esempio nella pratica di una mimesis della visione (l’école du regard, il primo Antonio Porta), sfidando l’idea cartesiana secondo cui la visione si lega a un soggetto di pensiero, e sfidando l’osservazione valériana di un fatto semplice: «prima ancora di significare una qualsiasi cosa ogni emissione di linguaggio segnala che qualcuno parla».

Sfide perdute in partenza, che consigliano un pacifico ritorno a Cartesio – ne parla Fabio Zinelli (pp. 99-103) per alcuni autori extra-ex.it e per Andrea Inglese, il quale però se vi ritorna è per dirgli addio, per farla finita con l’ego, ridotto a pezzo tra gli altri («pezzo principe» del soggetto, mentre sul patriziato si alzano le lame delle ghigliottine) – a meno che non si prenda la direzione prevalente di Ex.it – cui Inglese si conferma allora organico – che appunto prevede una obliqua ma riconoscibile andata a Lacan: la distinzione tra je moi, con la messa in crisi di quest’ultimo (e in proposito si potrà citare l’Alessandro Broggi di Protocolli: «l’ego è una finzione, non c’è un “me”, si tratta soltanto di una tecnica discorsiva»).

 

MM

Per quanto mi riguarda (e nonostante la psicoanalisi mi sia assai cara), sarebbe opportuno, per una volta, se non uscirne completamente, almeno allontanarsi dalla dimensione strettamente psicologica dentro la quale sembra essere rinchiuso il discorso sul soggetto (colpa del Novecento, potremmo dire). Tutto sommato quello che si sottopone a (giusta) critica è il soggetto lirico (è un aggettivo che dovremmo sempre aggiungere, per comprenderci meglio), che viene più o meno a coincidere con l’io che parla e prende posizione rispetto al mondo, che, in buona sostanza, riduce il mondo alla propria esperienza privata. In questo modo ci si dimentica per lo meno la dimensione linguistica del soggetto e, soprattutto, quella antropologica. In occasione del dibattito di Albinea 2014 mi è capitato di lanciare l’ipotesi (neanche troppo estemporanea) di sostituire al termine soggetto – quale problema e bersaglio critico – quello di identità, sulla suggestione di un interessante saggio di Francesco Remotti intitolato, appunto, Contro l’identità. A distanza di un anno mi pare che tale categoria riesca più comprensiva di quella di soggetto, dal momento che implica anche risonanze collettive (il soggetto noi, il soggetto comunità) piuttosto considerevoli.

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