Riflessioni, note su scrittura e fotografia

di Pietro D’Agostino

 

Una riflessione è d’obbligo sull’incontro intitolato Tra scrittura e fotografia. Alcune ipotesi, curato da me e da Massimiliano Manganelli, tenutosi ad Albinea il 21 maggio scorso all’interno della manifestazione Ex.it 2016. Lo è almeno per due motivi: principalmente per informare quanti non erano presenti e, per chi c’era, spiegare le dinamiche degli avvenimenti.

L’idea di mettere in campo un approfondimento sulle possibili relazioni tra scrittura e fotografia ha messo in moto un movimento di attenzione e curiosità positivo. Quasi tutti gli autori invitati a partecipare hanno aderito inviando un loro lavoro attinente la seguente richiesta:

L’invito a un gruppo di autori che praticano prevalentemente la scrittura a produrre un’azione, un gesto fotografico in alternativa a un testo o un gesto scritto, si configura come possibilità di analisi comparativa delle modalità di rappresentazione. Ai curatori di questo esperimento interessano la percezione e la restituzione del visivo, tanto nella produzione di testi scritti quanto in quella di immagini fotografiche. E si domandano: possiamo tentare una comparazione, in relazione al visivo, tra la scrittura e l’immagine fotografica? Questo interrogativo intende porsi quale questione centrale dell’iniziativa. Oltre alla visione delle fotografie prodotte, il percorso proposto si svolge con interventi e dialoghi in merito alle scelte operate dagli autori. Tale ipotesi di lavoro ha valore di esperimento, di vera e propria indagine all’interno del vasto e articolato mondo delle esperienze che si muovono tra pensiero, parola e immagine.

                                                                                                                                                                   Inoltre, a questo incontro che nei nostri desideri doveva trasformarsi in un dibattito aperto sulle questioni messe in campo, hanno dato la loro adesione, partecipando con argomenti pertinenti e propositivi, Luigi Magno e Maurizio G. De Bonis.
Non tutto è andato come richiedevano le nostre aspettative: alcune variabili hanno fatto deviare i discorsi su temi che non rientravano nelle nostre idee di come approcciare la questione in esame. La convinzione che un interesse collettivo e la partecipazione diretta su argomenti così interessanti bastasse da sola a favorire le nostre prospettive, oltre ad alcuni deficit di conduzione e moderazione dell’incontro (come alcuni miei per esempio), non hanno agito al meglio nell’interazione tra gli invitati in causa e le loro argomentazioni: e cioè sull’esperienza individuale nel realizzare una fotografia al posto di un testo scritto da parte degli autori e delle esperienze di studio, tra l’altro ben argomentate, da parte dei due esperti invitati.

Al di là di queste considerazioni che ritengo necessarie per inquadrare l’evento in senso generale, vi sono state anche molte manifestazioni positive di interesse: sia per la qualità degli interventi che per l’attenzione che questi hanno generato. Tra l’altro non sono riuscito (forse non il solo) a proporre in maniera adeguata in quella sede qualche possibile considerazione sui temi in questione. Cosa che voglio fare qui di seguito, non tanto a giustificare alcune lacune dell’iniziativa ma, almeno spero, per dare una spinta propositiva al confronto su questi argomenti per i quali molti di noi hanno dimostrato interesse. Proprio per questo immagino che anche altri abbiano una loro idea o qualche argomento inerente la domanda iniziale:

possiamo tentare una comparazione, in relazione al visivo, tra la scrittura e l’immagine fotografica?

Se vi sono li invito a mandare un contributo scritto da pubblicare su queste pagine. Dell’incontro è stata fatta una registrazione audio, sicuri che abbia una sua validità in questo percorso di ricerca tra scrittura e fotografia: tra pensiero, parola e immagine.

§

 

Con questa breve nota voglio mettere in campo alcune considerazioni su di una possibile relazione tra scrittura e fotografia partendo dalla lettura di un saggio di Vilém Flusser dal titolo Per una filosofia della fotografia. La prima parte di questo testo analizza proprio quell’aspetto che ci permette di sottendere ad un possibile rapporto rintracciabile in entrambi: della loro fruizione come immagini e, la qualità delle immagini, è intrinseca nella loro superfice. Il rapporto di superfice, sia di un’immagine fotografica che di un testo, ha potere evocativo agito dalla loro qualità di rappresentazione del mondo, di mediazione tra di noi e ciò che circonda. Come ci ricorda Flusser uno dei primi tentativi di “bucare” le immagini, di guardarle attraverso, e di ricondurle su di un piano razionale comprensibile e condivisibile dalla maggior parte delle persone è stato proprio quello della scrittura. Mi sembra necessario sottolineare l’approccio che Flusser ha dato a questo suo studio e cioè quello di ipotesi di lavoro per avviare (per chi vorrà) riflessioni e ricerche. Qui di seguito un breve estratto dal saggio sopra citato.

Alcuni uomini tentarono perciò di risalire all’attenzione originaria che stava dietro alle immagini. Tentarono di bucare gli schermi per guadagnare un accesso al mondo che vi stava dietro. Il loro metodo consisteva nello strappare dalle superfici gli elementi dell’immagine (pixel) e disporli in righe: inventarono la scrittura lineare. E così codificarono il tempo circolare della magia in quello lineare della storia. Fu l’inizio della “coscienza storica” e della “storia” in senso stretto. (…)  Inventando la scrittura, l’uomo si è così allontanato di un altro passo dal mondo. I testi non significano il mondo, i testi significano le immagini che strappano. Decifrare testi vuol dire perciò scoprire le immagini che essi significano. L’intento dei testi è spiegare immagini, quello dei concetti è rendere comprensibili rappresentazioni. I testi sono dunque un metacodice delle immagini.

Dunque, se l’evoluzione biologica ha avuto nella formazione di immagini una delle sue prime manifestazioni di rappresentazione del mondo (come ci conferma la filogenetica), con la scrittura ne ha avuta una seconda, derivata direttamente dalla prima. Chiaramente le accezioni semantiche sono diverse, ma comunque sempre compatibili con la nostra codifica mentale visiva che presiede alla decodifica delle forme; alla messa in atto di rappresentazioni condivisibili tramite immagini. Ecco allora che da una separazione semantica che sembrerebbe abissale possiamo risalire a dei parallelismi cognitivi significativi: scrittura e fotografia con questo tipo sguardo potrebbero apparirci non più così distanti.

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